Vi racconto la mia storia... Pronti?

Per capire come e perché nasce Seltrove Italia, dobbiamo fare un passo indietro

Ho sempre amato i bambini.

Lavorare con loro è sempre stata una gioia per me; la loro energia e spontaneità mi motivavano ad alzarmi alle 5 la mattina o fare gli straordinari fino alle 8 di sera. Babysitter, aiuto compiti, sostegno linguistico... Ho fatto tanti lavori a contatto con i più piccoli.

Durante il mio ultimo anno di università, mi sono ritrovata a svolgere un tirocinio in una scuola del centro di Roma, a Piazza Vittorio Emanuele, in una terza elementare che mi era stata presentata come la più terribile e difficile della scuola.

Ora, dire che la situazione fosse complessa è riduttivo: 28 bambini, provenienti da ogni parte del mondo, con alle spalle le storie più disparate e spesso, purtroppo, tristi. Alcuni di loro erano appena arrivati in Italia e parlavano a malapena la lingua.

Al di là della difficoltà linguistica, la vera tragedia era la situazione emotiva in classe.

Gli insegnanti con più ore erano frustrati e preoccupati per la difficoltà di portare a termine il programma, e attuavano i classici metodi - poco funzionali - che spesso vengono fuori in queste situazioni critiche.

Urla, grida, pianti, punizioni.

Sfide, litigi, prese in giro, emarginazione.

La classe era un relitto emotivo.
Ho cercato di star loro vicino, per come potevo. Ho realizzato ben presto che la mia funzione originaria di sostegno linguistico era in realtà marginale. Non perché non servisse, anzi.

Ma imparai presto una lezione importantissima: non si può insegnare niente ad un bambino che non è sereno.
L'anno finì e, arrivato il momento di salutarli, mi si strinse il cuore. Sapevo che non era abbastanza. Sapevo che non erano sereni. Sapevo che non era quello il modo in cui avrebbero dovuto sentirsi a scuola. Cercai di nascondere le lacrime mentre mi abbracciavano per l'ultima volta, mentre nella mia mente si formava sempre più forte l'idea che qualcosa andava cambiato.

Ero decisa a lavorare per questo. Non sapevo come. Ma ero determinata.

Anni dopo, diversi lavori dopo, inizio a sentir parlare di Social Emotional Learning (SEL).

Lavoro con insegnanti americani, e scopro che negli Stati Uniti il SEL è molto diffuso, addirittura in alcuni stati è diventato parte obbligatoria del curriculum.

Il SEL parla di connessioni autentiche, tra studenti, e con gli insegnanti.
 
Parla di consapevolezza e regolazione emotiva; di inclusione, di accettazione della diversità e di curiosità; di empatia, di responsabilità delle proprie scelte e di relazioni sane.

È subito amore per me. È questo quello che serve nelle nostre scuole!

Con poca sorpresa, realizzo che in Italia se ne parla ben poco, e quei pochi corsi di intelligenza emotiva che ci sono non suscitano ancora un grande interesse. Sono determinata a farlo conoscere, ad offrire percorsi e corsi di formazione, iniziando dagli insegnanti.
Marzo 2020.

Pandemia
. Tutto rallenta. Qualcosa si ferma.
Ma io decido di non farlo.

Lavoriamo incessantemente.
Più di 160 attività SEL, suddivise per età, dalle elementari alle superiori. Create da insegnanti, esperti e counselor SEL americani. Pronte per essere usate in classe dagli insegnanti.
Ottobre 2020.

Riesco a trovare un piccolo gruppo di 8 insegnanti, provenienti da tutta Italia e da gradi diversi, sognatori a sufficienza per lanciarsi in questa avventura.

Inizia così l'anno di sperimentazione.

Ogni settimana una nuova attività SEL.
Ogni settimana ci si incontra su Zoom per monitorare il percorso e fornire agli insegnanti supporto e consigli.

A fine anno sono entusiasti.

Le nostre scuole sono pronte per il SEL, ne sono convinta.
Elisa Flammini
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